“L’arte di stare al mondo”: Un po’ narrativa, un po’ ricettario nostalgico-bolognese. Un libro simpatico e godibile.

Bologna, anni Settanta. Una città “né la più grande, né la più piccola”, famosa per la sovranità della sua cucina e la piacevolezza del vivere. È da qui che prende avvio il racconto autobiografico di Enrico Brizzi. Da un luogo situato fra la ribalda Terra della Piada e la concreta Terra del Pane. I due emisferi che costituiscono l’infinito paesaggio gastronomico dell’Emilia-Romagna.

Un bambino curioso alle prese con i primi, e già familiari, sapori sarà acuto osservatore di sfide all’ultimo boccone tra le zie perennemente in competizione. Finché le vicende casalinghe cederanno il passo alla scoperta, esilarante, delle più peccaminose tentazioni da bar. I gelati e le bibite industriali.

Divenuto adolescente, si metterà in cerca di avventure, accompagnato da un’improbabile congrega di cuochi esploratori. La temibile squadriglia Coguari. Uno zio con la passione per la retromarcia in curva e per le bettole mefitiche sarà solo uno degli indiavolati episodi che precedono il periodo universitario. Anni di improbabili sperimentazioni culinarie e interscambi di prodotti tipici tra studenti. Scopriremo se cento milioni di lire valgono l’adozione del regime nutritivo più rischioso del pianeta. “La dieta del laureando”.

L’età adulta, gravida di nuove abitudini alimentari, di ingannevoli occasioni professionali e di incontri unici, sarà portatrice anche di domande esistenziali: chi è l’enorme Catatapulci? E cosa mangia uno Psicoatleta? Arricchito, in coda, da un ricettario.